DONNA 8 MARZO 2020

Ci chiedono di essere magre, di essere madri, di essere manager, fuori e dentro casa. Volevamo essere sante, eroine, dame, regine, geishe. Da piccole desideriamo diventare principesse o ballerine. Poi vogliamo superare gli uomini, in politica, giornalismo, sport, blocchiamo le nostre ovaie per essere meno fragili, più costanti. Se non riusciamo ad avere figli ci sottoponiamo a torture e terapie pesanti prima di ricorrere all’adozione o rassegnarci alla natura, al destino. Ci attirano gli uomini ricchi ma ci piace anche essere indipendenti. Amiamo sentirci protette ma non ci piace essere considerate fragili. Vogliamo far carriera ma anche essere delle buone madri e mogli. E continuare a essere desiderate e corteggiate, da madri, da mogli. Come fidanzate. Cos’è essere donna oggi? Essere madre? Essere indipendente? Essere piacente? Intelligente? Tutte queste cose insieme? O semplicemente essere una persona che ama la vita in tutte le sue forme e manifestazioni, che ama se stessa in tutte le sue sfaccettature. Che crea dal nulla, che sia un figlio, un pensiero, un sorriso, un “ce la posso fare” dopo una caduta, un “ci sono io con te”. Donna è amore, amore per la vita. Come lo è l’uomo, il bambino, l’anziano.

Shock Culturale – Patologia o Esperienza?

Mappe per Alieni

Foto di Francesco

Mi sono da poco trasferito in Spagna, più precisamente nella capitale della Catalunya, Barcellona. Si tratta del mio quarto lungo soggiorno in un paese straniero, dopo Svezia, Austria e Irlanda. “E’ abituato”, direte voi. Beh, non esattamente. Nonostante ciò, i primi giorni non sono stati semplici, ho avuto infatti a che fare con tutti i passaggi e gli stati d’animo tipici di chi deve, ancora una volta, partire da zero. Ho scoperto quindi sulla mia pelle che alcune emozioni vengono provocate da situazioni che, sebbene ripetute più e più volte nel tempo, non potranno mai essere interiorizzate “una volta per tutte”. Questo perché, parafrasando Eraclito, a cambiare non è solo il letto del fiume nel quale si scende (alias la destinazione), ma tutto ciò che ci circonda, anche e soprattutto colui che vi scende. Ne consegue che per quanto sia lecito aspettarsi di provare certe…

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Dal libro “LA SCELTA” di Chiara Domeniconi.

La scelta. Il verbo più importante della mia vita è scegliere. La scelta di mio padre, scegliere di non avere paura, scegliersi. Essere scelti. Non scegliere, non riuscirci. Aspettare che avvenga da sé. E sia quella giusta. Togliersi ogni responsabilità. Togliersi la vita. Scegliere di non scegliere più. Lo si può fare sia uccidendosi che con le dipendenze, un uccidersi anche quello. Si delega, a una sostanza, a qualcosa, qualcuno. Quando una persona con un suo gesto, atto, cambia violentemente in peggio la tua vita, con una sua scelta, spesso si smette di scegliere per sé la felicità. Si deve reimparare, o imparare, a scegliere di nuovo, o dall’inizio. Perché ha scelto me? Perché sono cattiva? Allora tu non ti scegli più per cose buone. Continui nella punizione. Pensi di non meritare nulla, amore soprattutto. Scegli anche tu di abbandonare, cose e persone, di farti abbandonare, di far fallire piani. Trasformi i giudizi in condanne, i pensieri in ossessioni, la paura in abitudine. Il tuo corpo in campo di guerra. La tua anima in merce di scambio. O a volte non la vuoi vedere, fai finta di dimenticartene, assieme al cuore, di cui senti solo il dolore. Dolore che spesso non viene fuori a parole, lo tieni per te, dietro un sorriso amaro, dietro uno sguardo che non vede la differenza tra il sole e la luna. Poi è arrivato lui, e ho cominciato a imparare a scegliere. Forse era il momento. Forse ho capito che quello era il momento di/da scegliere. Tanti tentativi di fuga, di farsi abbandonare. Ma sono stata scelta per altri motivi, e forse anche io. E ho continuato a scegliere. Di cambiare. Attraverso un bellissimo dolore. Fisico, emotivo e mentale. Sto cercando di liquidare gli strozzini dell’anima curando ferite del passato lasciate aperte. Sto decidendo di non avere paura ad abbandonare la paura che tanto mi ha fatto compagnia e a non far decidere per me i sensi di colpa auto-distruttivi. Fa male all’inizio, più che farsi del bene, più che decidere di essere felici, cose cui non si è abituati, abituati a meritare.             

La scrittura per me

memoriediunavagina

Da questo tormentato periodo della mia esistenza, c’è una cosa che mi porto davvero a casa: la consapevolezza di non sapere, una specie di lucida ignoranza, o di socratica saggezza.

Per chi non ne fosse al corrente, sono co-autrice del libro al momento più discusso d’Italia. Da circa due mesi, con una notevole impennata nelle ultime settimane, la mia vita è stata scandita da una quantità imponderabile di messaggi, commenti, tag, link, stories, post, email, recensioni, videorecensioni, flame, polemiche e una serie di cose che vengono generalmente riassunte con la parola “shitstorm”. O, per usare un’espressione molto cara al mio amico Giovanni, “con la merda nel ventilatore”.

Le emozioni che ho provato in queste due settimane, sono per me indescrivibili. Forse il soggetto del mio prossimo romanzo dovrebbe partire da qui e, naturalmente, da tutto ciò che accettare questo lavoro ha scoperchiato in me, nella mia vita, nella mia identità…

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UN PO’ DI POESIA…

“IO SONO”

A volte non basterebbe come foglio l’universo,
per descrivere il mio ego espanso,
per raccontare la mia doppia vita,
da amante e da bambina.
Il mio oscillare tra razionalità estrema e istinto animale,
il mio comprendere tutto e il non sapere nulla.
Le mie paure e la paura di non averne.
Il pensiero della morte e di averla già scontata.
E solo vita rimane.
A volte basterebbe una foglia di salice,
dove incidere “io sono”.

CD.

QUANDO ERO PICCOLA…

QUANDO ERO PICCOLA
pensavo che diventare grandi fosse un salto nel vuoto, come un passaggio alla dogana, dove ti chiedono i documenti e ti fanno un sacco di domande che ti mettono in difficoltà. Non sapevo che la vita mi stesse per togliere una parte di infanzia troppo presto. L’ho capito quando ho dovuto smettere di aver fiducia nelle persone, anche vicine, e crearmi nel gioco un mondo parallelo anziché un divertimento, una via di fuga e una vita alternativa dove tutto era come avrei voluto io. Una capanna nel bosco con una famiglia felice…Avevo la responsabilità della mia felicità. Mi pesava. Poi, nonostante tutto, mi sono trovata adulta, un percorso tra lame affilate, oltre che un salto nel vuoto. Non potevo evitarlo, come credevo immedesimandomi nei cartoni animati. Ho ritrovato un po’ di fiducia in me, negli altri, nella vita. Ma ogni tanto la mia parte bambina con la sua spensieratezza negata, emerge, e cerca ancora il gioco salvifico, da cullare, per cullarsi. Il più delle volte, circostanze permettendo, la lascio fare, ci divertiamo insieme. Chi di lei mi può capire di più ed io lei? L’importante è che ora siamo entrambe consapevoli che quel gioco allieterà il momento, ma non cambierà il destino. Ed io, adulta, sono conscia che prima o poi dovrò decidere di far crescere anche quella parte…o lasciarla andare. O no? In fondo ora è solo un gioco, il gioco della vita.
Ringrazio quella bambina di aver tenuto duro, di avermi portato comunque sia, fino a qui.
Ma sì, se lo merita! Domani le compro un gioco…