Che forse un sano egoismo non sia la forma più grande di altruismo?

Che forse un sano egoismo non sia la forma più grande di altruismo?

Sto parlando per riuscire ad ascoltarmi.

C’è gente che mi lascia volantini su come ottenere una buona morte, una vita eterna nella morte.

Io forse sarò materiale ma lavoro per avere una buona vita anzi, una vita buona, buona proprio come qualcosa da mangiare.

Per la morte mi preparo solo un bicchiere d’acqua che, come una pastiglia amara, è solo da buttare giù.

 La morte se la cava da sola, è autosufficiente. La vita no. Io penso alla vita.

Iniziando a scrivere ho capito quanto c’è da scrivere ma anche quanto c’è e si può cancellare. Solo perché l’hai vissuto non è indelebile!! Il dolore non è un tatuaggio. Abbiamo un’incredibile capacità di rinnovo. Di taglio dei rami secchi e inutili.

Per troppo tempo mi sono occupata della vita e della morte degli altri, dell’amore degli altri.

Ma che senso ha innaffiare l’orto degli altri a meno che non te lo chiedano. E se è già innaffiato? Rischi di ucciderlo. Di annegare tutto. Non di far crescere meglio gli ortaggi.

Ora, penso al mio di amore. Ora, vivo, amo e cerco di morire il più tardi possibile. O almeno che la mia vita non assomigli per nulla alla morte, che con lei non abbia nulla in comune. E mi lascio amare. Per il resto, mi godo lo spettacolo.

Ho occhi, un cuore e un cervello. Questi sono strumenti, armi con cui posso godere o soffrire, essere libera o incatenata, dai miei stessi pensieri. Dai miei stessi occhi che trasfigurano bellezze o esaltano bruttezze, che danno l’immagine allo specchio e non viceversa. Cuore che fa germogliare dolore o soffre felicità.

Nel mio libro, nel libro della mia vita, tanto è scritto ma c’è anche tanto spazio bianco, quello è mio, che posso aumentare, come in palestra si allenano i muscoli, per scrivere la mia parte.

E per le parti che non mi piacciono, ci posso fare poco, però, come mi faccio la tinta ai capelli, posso colorarle. Saprò sempre come sono sotto, in originale, però avranno un aspetto migliore quando le guarderò al mattino quando mi sveglio.

ESSERE MADRE E’ L’UNICO AMORE CHE NASCE DA SOLO E NON MUORE MAI

L’altro giorno con un amico si parlava di quanto tempo serve per affezionarsi a un figlio, quanto è il dolore se dovesse morire in base a quanto ci hai vissuto insieme. Era appena morta una bambina di due anni e mezzo, non si può nemmeno provare a spiegare. Il fratello di mia madre e sua moglie hanno avuto una figlia che è morta a due giorni dal parto, il loro dolore l’ho visto e sentito fino alla loro stessa morte. Elena, mia cugina Elena per due giorni, per sempre anche in me. Ora è sepolta vicino ai suoi genitori e a mio padre. La mente guarisce il corpo si sa, ma anche il corpo guarisce o fa ammalare la mente. Me lo dicevano quando ero 38 chili ma non ci volevo credere, “ingrassa (diminuisci il sottopeso) e spariranno manie e ossessioni, diminuirà la paura, sarai più lucida”. E’ stato così, come una magia, più di una medicina. Quando sono rimasta incinta il mio corpo me lo ha detto quasi subito, fare il test è stata solo un’ulteriore conferma. Fumavo tanto allora ed ero nel pieno dei miei disturbi alimentari. Un giorno non sono più riuscita ad andare oltre il primo tiro di sigaretta, sentivo una repulsione da non fumatore, stavo male e la spegnevo. La mia alimentazione è cambiata totalmente, era il mio fisico che mi diceva cosa, quanto e quando mangiare, contro di lui non ci potevo fare niente in quel momento. Non ha ancora le fattezze di un bambino, non lo hai ancora sentito piangere o parlare ma mentre cammini o ti ascolti come fai a non sentire che comunque c’è “qualcosa” dentro di te che sarà una persona, che ti stai portando dietro, dentro, che viene ovunque vai tu? Come fai da quel momento lì a non sentirti diversa, non dico madre, ma non sola, perché non è così? L’ho visto sull’ecografia poi, sapevo già come sarebbe stato ma mi ha emozionato comunque. Tutto da sola, al padre non l’ho detto, situazione difficile. I primi bavaglini, il nome che avevo già scelto tempo prima, il migliore amico di mio padre, Giulio. Maurizio, il nome di papà, non mi era mai piaciuto. Fosse stata una femmina, l’avrei dovuta guardare negli occhi. E’ essere madre un corpo che ti dice cosa fare per proteggere chi ti sta crescendo dentro? Non lo so, perché non ho potuto provare altro. E’ quello che mi è rimasto quando, dopo che ho iniziato a sentirmi male, Giulio se n’è andato. Mi sentivo fiacca, avevo la pressione molto bassa, ho provato a mangiare di più ma sentivo che non sarebbe servito, che era altro, che qualcosa non andava. La malattia mi aveva distrutto ma anche fatto conoscere bene il mio fisico. Il giorno dopo, era Pasquetta, sono andata in bagno ma quello che ho visto mi ha fatto capire subito che era finita. E’ come se le gambe dal ginocchio in giù mi fossero sparite all’improvviso. Impotenza pura, già provata col suicidio di mio padre. Un’altra volta. La morte. Un’altra volta, io. “Vai al pronto soccorso subito”, mi dicono. Ho sempre voluto vedere tutto da quando a 11 anni non mi hanno fatto vedere mio padre morto (che poi ho rivisto tre anni fa). Ho guardato lo schermo dell’ecografia, nebbia, una nebbia di sangue copriva il mio sogno di diventare madre. Mi hanno messo in lista per l’intervento, “sarai chiamata”. Brutalmente mi sentivo una bara, contenevo un cadavere. Avrei voluto aprirmi e togliere tutto. Quella “vita” si stava dissolvendo in un’emorragia che poteva uccidere anche me. Io comunque in qualche modo, avevo “ucciso” lei. Ho chiamato un amico medico, eravamo cresciuti insieme. Mi dice che al mio stadio di gravidanza si può “procedere” con un farmaco usato per l’ulcera. Una/tre pastiglie si evita l’intervento invasivo e puoi finire l’aborto in casa. Ho preso la prima, forse sul mio fisico debilitato (ho scoperto che poi il tutto era dovuto a una malattia autoimmune) è bastata. Era sera, il dolore e l’emorragia erano fortissimi. Non finivano più, ho avuto paura di dover andare all’ospedale, di sentirmi male, svenire. Non ho detto niente a mia madre. Continuavo a andare in bagno pensando che quello che andava giù dal water forse poteva essere quel Giulio che avrei accompagnato a scuola, che avrebbe reso nonna mia madre, che avrebbe spezzato la catena di morte a casa mia. Invece, stava morendo lui e mi sentivo morire io. Quanto poteva durare? Quanto potevo durare? Dopo ore, finalmente, il dolore diminuì. Avevo abbracciato i miei cani in quei momenti, a loro potevo non spiegare niente ma avere comunque tanto. Mi sono addormentata. Quando mi sono svegliata avevo un’esperienza in più addosso. Sono stata madre? Per chi, per cosa non ho fumato in quei mesi? Chi, cosa ho protetto? Chi, cosa ha fatto un male tremendo alla fine? Giulio non mi ha fatto male quando è arrivato, facevo sesso, era piacevole. Ho smesso di fumare, mi ha fatto bene, mangiavo bene, ancora meglio. Quando se n’è andato sono stata male due giorni, fino a quella sera dove pensavo di non farcela. Non credo di aver sbagliato a dargli un nome troppo presto, comunque era un dolore e un dolore comunque lo chiami fa male. Come un figlio che muore.   

(Se posso, a chi ha provato un’esperienza simile.

Non paragono il mio dolore a chi ha perso un figlio di 2/10/20/30…anni. I dolori non si paragonano…si aiutano a superarli).

Giulio non ha una bara su cui posso piangere e non lo farei, però in quei pochi mesi ci sono stati momenti in cui gli ho parlato dei nostri progetti…Giulio è dappertutto ora, come tutti dovrebbero essere, come lo è il dolore se vogliamo soffrire ma anche la felicità, senza bisogno di cercarla. I morti non sono al cimitero, almeno i miei.

Quando le cattive ragazze smettono di essere ragazze.

SARA QUANDO ERA UNA CATTIVA RAGAZZA…

Sento il battito del mio cuore come un tamburo uscire dalla mia bocca, semiaperta per riuscire a darmi meglio il rimmel sulle ciglia. Ho fretta. Mi sono addormentata. Non ho voglia di andare ma mi costringo quasi facesse male perdere quell’abitudine. Quasi mi volessi proteggere da qualcosa di brutto che sta per accadere, che sicuramente accadrà. Non mi trucco bene come quando devo vedere il mio fidanzato, questa è solo una scopata. Non mi passo neppure il filo interdentale. Tanto c’è la regola, le troie non baciano. Le puttane la bocca la usano solo per succhiare o far finta di godere. Non si prova tanto piacere fisico quando ti dai via per poco, il piacere è appunto nel darti via per poco. È tutt’intorno. E lui, lui è sempre il migliore, quello che ce l’ha più grosso, che t’ha fatto godere di più. Provi a fare due chiacchiere, proprio per non farlo sembrare un lavoro. “Stai andando via vero?”. “Sì”. Mi apro da sola la porta senza girarmi di spalle anche se vedo comunque i pezzi che mi lascio dietro. Mentre scendo le scale in perfetto stile usa e getta, comincia a salirmi in bocca quel piacevole amaro gusto. Il gusto di farmi schifo. È un po’ come quando mangiavo la Nutella sapendo che l’avrei vomitata. Perché mi piace farmi schifo? Forse perché dopo basta poco perché qualcosa sia migliore…
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…..SARA OGGI NON È PIÙ UNA RAGAZZA.

EQUILIBRATA FOLLIA. Poesia

Ovunque. Per sempre.

Questa equilibrata follia che mi tiene in vita,

che mi tiene viva.

Nulla è come appare,

tutto sembra.

Le mie membra mosse da una mente in affanno.

Anelo alla libertà, libera di esserne creatrice.

Anelo alla morte, libera di esserne creatrice.

Anelo alla vita, libera di esserne schiava.

Ovunque. Per sempre.

Chiara D.

MALATTIE MENTALI & PANDEMIA

Da ex-anoressica/bulimica, borderline, ossessiva-compulsiva, ancora in cura, sono seriamente preoccupata per chi si trova a vivere da ricoverato o a casa, con disturbi o malattie psicologiche, psichiatriche, neurologiche. O chi, mentalmente fragile, potrebbe slatentizzarle. Coi centri di salute mentale chiusi, senza visite dei parenti, le piccole abitudini quotidiane, la paura che si somma alla paura di vivere, instabilità nell’instabilità. Il pazzo rischia di impazzire. Il folle diventa pazzo. Quando già la normalità è follia. Penso a chi vive con bambini autistici, agli schizofrenici, ai depressi…Se volete scrivetemi. Io sono qui.

Chiara.

DONNA 8 MARZO 2020

Ci chiedono di essere magre, di essere madri, di essere manager, fuori e dentro casa. Volevamo essere sante, eroine, dame, regine, geishe. Da piccole desideriamo diventare principesse o ballerine. Poi vogliamo superare gli uomini, in politica, giornalismo, sport, blocchiamo le nostre ovaie per essere meno fragili, più costanti. Se non riusciamo ad avere figli ci sottoponiamo a torture e terapie pesanti prima di ricorrere all’adozione o rassegnarci alla natura, al destino. Ci attirano gli uomini ricchi ma ci piace anche essere indipendenti. Amiamo sentirci protette ma non ci piace essere considerate fragili. Vogliamo far carriera ma anche essere delle buone madri e mogli. E continuare a essere desiderate e corteggiate, da madri, da mogli. Come fidanzate. Cos’è essere donna oggi? Essere madre? Essere indipendente? Essere piacente? Intelligente? Tutte queste cose insieme? O semplicemente essere una persona che ama la vita in tutte le sue forme e manifestazioni, che ama se stessa in tutte le sue sfaccettature. Che crea dal nulla, che sia un figlio, un pensiero, un sorriso, un “ce la posso fare” dopo una caduta, un “ci sono io con te”. Donna è amore, amore per la vita. Come lo è l’uomo, il bambino, l’anziano.

Shock Culturale – Patologia o Esperienza?

Mappe per Alieni

Foto di Francesco

Mi sono da poco trasferito in Spagna, più precisamente nella capitale della Catalunya, Barcellona. Si tratta del mio quarto lungo soggiorno in un paese straniero, dopo Svezia, Austria e Irlanda. “E’ abituato”, direte voi. Beh, non esattamente. Nonostante ciò, i primi giorni non sono stati semplici, ho avuto infatti a che fare con tutti i passaggi e gli stati d’animo tipici di chi deve, ancora una volta, partire da zero. Ho scoperto quindi sulla mia pelle che alcune emozioni vengono provocate da situazioni che, sebbene ripetute più e più volte nel tempo, non potranno mai essere interiorizzate “una volta per tutte”. Questo perché, parafrasando Eraclito, a cambiare non è solo il letto del fiume nel quale si scende (alias la destinazione), ma tutto ciò che ci circonda, anche e soprattutto colui che vi scende. Ne consegue che per quanto sia lecito aspettarsi di provare certe…

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Dal libro “LA SCELTA” di Chiara Domeniconi.

La scelta. Il verbo più importante della mia vita è scegliere. La scelta di mio padre, scegliere di non avere paura, scegliersi. Essere scelti. Non scegliere, non riuscirci. Aspettare che avvenga da sé. E sia quella giusta. Togliersi ogni responsabilità. Togliersi la vita. Scegliere di non scegliere più. Lo si può fare sia uccidendosi che con le dipendenze, un uccidersi anche quello. Si delega, a una sostanza, a qualcosa, qualcuno. Quando una persona con un suo gesto, atto, cambia violentemente in peggio la tua vita, con una sua scelta, spesso si smette di scegliere per sé la felicità. Si deve reimparare, o imparare, a scegliere di nuovo, o dall’inizio. Perché ha scelto me? Perché sono cattiva? Allora tu non ti scegli più per cose buone. Continui nella punizione. Pensi di non meritare nulla, amore soprattutto. Scegli anche tu di abbandonare, cose e persone, di farti abbandonare, di far fallire piani. Trasformi i giudizi in condanne, i pensieri in ossessioni, la paura in abitudine. Il tuo corpo in campo di guerra. La tua anima in merce di scambio. O a volte non la vuoi vedere, fai finta di dimenticartene, assieme al cuore, di cui senti solo il dolore. Dolore che spesso non viene fuori a parole, lo tieni per te, dietro un sorriso amaro, dietro uno sguardo che non vede la differenza tra il sole e la luna. Poi è arrivato lui, e ho cominciato a imparare a scegliere. Forse era il momento. Forse ho capito che quello era il momento di/da scegliere. Tanti tentativi di fuga, di farsi abbandonare. Ma sono stata scelta per altri motivi, e forse anche io. E ho continuato a scegliere. Di cambiare. Attraverso un bellissimo dolore. Fisico, emotivo e mentale. Sto cercando di liquidare gli strozzini dell’anima curando ferite del passato lasciate aperte. Sto decidendo di non avere paura ad abbandonare la paura che tanto mi ha fatto compagnia e a non far decidere per me i sensi di colpa auto-distruttivi. Fa male all’inizio, più che farsi del bene, più che decidere di essere felici, cose cui non si è abituati, abituati a meritare.             

La scrittura per me

memoriediunavagina

Da questo tormentato periodo della mia esistenza, c’è una cosa che mi porto davvero a casa: la consapevolezza di non sapere, una specie di lucida ignoranza, o di socratica saggezza.

Per chi non ne fosse al corrente, sono co-autrice del libro al momento più discusso d’Italia. Da circa due mesi, con una notevole impennata nelle ultime settimane, la mia vita è stata scandita da una quantità imponderabile di messaggi, commenti, tag, link, stories, post, email, recensioni, videorecensioni, flame, polemiche e una serie di cose che vengono generalmente riassunte con la parola “shitstorm”. O, per usare un’espressione molto cara al mio amico Giovanni, “con la merda nel ventilatore”.

Le emozioni che ho provato in queste due settimane, sono per me indescrivibili. Forse il soggetto del mio prossimo romanzo dovrebbe partire da qui e, naturalmente, da tutto ciò che accettare questo lavoro ha scoperchiato in me, nella mia vita, nella mia identità…

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